19/08/2010
I fiumi d'Insubria esondano? Non-notizie che coprono altre realtà
In Insubria, in modo ancora peggiore, le naturali esondazioni agostane dei fiumi cementificati diventano notizia, mentre il quotidiano attacco dovuto alla pressione antropica (industrie e abitazioni) è considerato ormai un fattore normale.
Così come non genera scandalo il fatto che fiumi e torrenti come l'Arno, l'Olona, la Lura, il Seveso, il Lambro, il Molgora siano utilizzati come fogna nella moderna Europa del 2010. E tutto questo, senza neanche beneficiare di interventi economici d'emergenza da parte dello Stato.
Approfondiamo tecnicamente questi temi troppo poco conosciuti con Luciano Erba, brianzolo, studioso degli ecosistemi fluviali e probabilmente il massimo conoscitore del Lambro. E' stato autore nel 2009 del volume "Lambro, l'inquinamento occulto". Lo ringraziamo con amicizia per la disponibilità accordataci.
Domà Nunch intervista Luciano Erba
di M.Colaone - 19 agosto 2010
Caro Luciano, durante la scorsa settimana i giornali e le televisioni hanno dato notizia dell'esondazione del Lambro e della Bevera, suo affluente. Notizie in qualche modo già sentite: sembra che ci si accorga dei nostri corsi d'acqua solo quando 'danno fastidio'. Ma le esondazioni, fenomeni sporadici seppur violenti, non fanno parte della natura del nostro ecosistema?
Certamente ed in modo ineluttabile. I fiumi, per chi li studia sono sistemi ecologici molto complessi ed affascinanti proprio per la dinamicità che li caratterizza. Osserviamo uno qualsiasi dei corsi d'acqua della nostra terra in una stagione asciutta: tutto è ridotto (complice l'inquinamento) ad un rigagnolo maleodorante, opacizzato, con sedimenti nerastri anossici, o all'ossatura marcescente di un alveo afotico, spento tra rifiuti, plastiche, spesso in un corridoio dimenticato, poco invitante.
La piena ci restituisce, senza nostro merito, un fiume vivo e una risorsa sottostimata. La portata, il tirante idraulico, è come la compressione, la forza di un motore, attraverso cui avviene la rigenerazione dinamica del paesaggio fluviale, in un dimensionamento estetico rapido quanto inimitabile per bellezza, ma soprattutto funzionalità. Il rimpinguamento delle acque sotterranee, la sedimentazione nelle piane alluvionali superstiti, la laminazione con deposito dei limi e delle granulometrie via via decrescenti del percorso longitudinale, l'autodepurazione meccanica e biologica, la creazione di ambienti umidi transitori, la pulizia del materasso ciottoloso, la diversificazione degli habitat e delle nicchie ecologiche, fattori imprescindibili di biodiversità, l’ossigenazione, la regolazione micro-climatica, i processi biogeochimici che avvengono sotto il paesaggio, in ambito iporreico o interstiziale, l'incredibile mosaico di micro-ambienti dell'interfaccia riparia, le occasioni di rifugio, di completamento o propagazione del ciclo vitale acquatico (le golene sono come nursery per gli avannotti ), il richiamo e la trasmigrazione faunistica ciclica ed occasionale, il ripascimento edafico (suoli e formazioni arboree), l'interscambio falda/fiume con infiniti altri coinvolgimenti che stanno alla base del sistema di auto-mantenimento della risorsa, tutto questo... (se non basta!) rappresenta una piena: in una parola il rinnovo gratuito di una risorsa resa esausta da abusi e disusi consumistici. I fiumi con una percentuale di gran lunga inferiore all'1% delle acque terrestri, costituiscono, nel loro ciclo, un trait d’union insostituibile tra le masse oceaniche e l'atmosfera. Ignorare tutto questo o pensare di contenere, trasformare questa imperfettibile complessità in un canale o in un argine è fonte di continua sorpresa per un governo lungimirante delle acque, destabilizzante e assurdo nei risvolti ambientali.
L'impermeabilizzazione del suolo e l'arginatura delle sponde sono fra i primi nemici del regime naturale di un corso d'acqua. Secondo la tua esperienza, qual'è la condizione media dei fiumi della nostra Insubria pedemontana?
Il processo di artificializzazione non è uno dei nemici, ma il fattore destabilizzante per antonomasia. Il dissesto idrogeologico è aumentato e non diminuito a causa di queste opere, non paragonabili per intensità distruttiva ad alcun tipo di inquinamento per i tempi di assorbimento lunghissimi, quando non irreversibili e per l’impatto devastante sugli aspetti biologici ecologici e strutturali dell’ecosistema. Si distrugge in breve un lavoro della Natura, costruito in tempi geologici e frutto di un processo selettivo. I migliori corsi d'acqua territoriali, da un punto di vista della diversità ambientale e della funzionalità del corridoio fluviale, sono Ticino e Adda, pur non senza problemi: l'Adda Valtellinese è stata distrutta non dagli eventi alluvionali, che hanno cancellato gli insediamenti in aree sensibili, ma dall’alluvione di cemento che ne è seguita. Il comprensorio Lambro-Seveso-Olona è il più sofferente. Gli ultimi due si “sfaldano” (cancellazione fisica) all'altezza metropolitana, riconfluendo in gran parte a Lambro per vie traverse, tombinature, colatori. Mi incuriosiscono, non oltre, le notizie di esondazione in questi ambiti. Prima si seppellisce un fiume vivo, poi ci si meraviglia che questi voglia riemergere. Il bacino del Seveso negli ambiti non antropizzati sta raggiungendo livelli di disinquinamento del Lambro brianzolo con angoli naturali di pari bellezza, ma in estesi tratti anche molto prima di Milano è fisicamente distrutto dal cemento. Interventi di rinaturazione ripropongono, anche se con qualche miglioramento del corridoio, incoerenze e banalizzazioni che ritenevo definitivamente superate (scogliere, spondali tanto per cambiare). Se i "Contratti di fiume" si ridurranno a questo o al mero ampliamento dei depuratori senza valutarne l’impatto biologico, sarà l'ennesimo tracollo.
Il Lambro non è messo malissimo da questo punto di vista in quanto l'area metropolitana, Monza – Milano è in parte stemperata dai Parchi, c'è una notevole aggressione alla fascia di mobilità funzionale (solite scogliere e tracciati viari insostenibili) e all’alveo, ma il corridoio ha ancora spazi di respiro e certi interventi di consolidamento sono amovibili, con opportuna riconversione ad ambito fluviale.
A questo si deve aggiungere la presenza industriale, la chimica in agricoltura e l'uso anormale di detergenti, fenomeni che hanno grande responsabilità dell'inquinamento occulto che hai descritto nelle tue pubblicazioni. Convieni che, in buona parte del nostro territorio, solo una immediata e radicale politica di de-urbanizzazione e rimodellamento del paesaggio potrebbe ripristinare gli ambienti fluviali?
Come minimo e non solo a vantaggio dei fiumi. Il rimodellamento del paesaggio (fluviale) avviene autonomamente, proprio con le piene, come illustrato. Un processo di riqualificazione credibile si basa su alcuni concetti fondamentali: riaprire le piane alluvionali (superstiti), demolendo gli argini e ripiantumando. Il resto è relativamente veloce e gratuito, nei tempi della dinamica fluviale. I consolidamenti dove indispensabili vanno collocati esternamente ed in modo compatibile alle aree golenali e ai termini paesaggistici (ex legge Galasso). Sicurezza univoca e prioritaria è quella di rispettare una doverosa distanza non dall'alveo bagnato, ma dall'alveo di piena (normalmente asciutto anche per lunghissimi anni). Con ciò garantiremo non solo l'incolumità rivierasca, ma anche la conservazione di un sistema fluviale. Per quanto già esistente e, ragionevolmente, non delocalizzabile, occorre sì una governance idraulica, ma non dell'impatto improponibile finora osservato, quanto più di quello incastonato, invisibilo o apparentemente in secondo piano nel contesto paesaggistico-funzionale prima descritto. Questo è un indirizzo stimolante e qualificante: il mercato cementificatorio di un fiume è un binario morto, non appartiene ad un paese civile, a nessun indirizzo scientifico e tantomeno alla nostra cultura e alle nostre tradizioni.
Parallelamente va aggiunto il dimensionamento dei consumi idrici nei termini di sostenibilità ecosistemica. Le portate sono in progressivo scompenso. I nostri fiumi, infine, quali sistemi auto-depuranti, funzionano come un grande rene atrofizzato di un territorio superaffollato, ricolmo di veleni potenzialmente veicolabili, ad alto rischio di crisi ambientale. Lo diceva Ruffolo, Ministro dell'Ambiente fine anni '80, ma non vedo miglioramenti definitivi, semmai diversificazione dei veicoli o dei contenuti di trasmissione del degrado che risultano nella banalizzazione o perdita degli ecosistemi. Sulla de-urbanizzazione (ed estesamente de-industrializzazione dei processi incompatibili con la conservazione delle nostre risorse), è sufficiente una politica del territorio assennata, o consapevole: industrie, strade, case, solo quanto basta. E lo sviluppo sostenibile per ora è concetto vuoto, puramente strumentale. Per il consumo dei suoli basta aprire Google Earth , non serva altro per rendicontarsi. Se puntiamo al consumismo becero, ci sono interi continenti che ci sovrastano nella diffusione della quantità al posto della qualità, anche in senso economico: questa linea è perdente.
Ormai molti preferiscono entrare in contatto con i fenomeni della natura tramite la banalizzazione notiziaria piuttosto che tentando una quotidiana comprensione del mondo in cui vivono. Perchè le notizie di disastri ambientali (nazionali e globali) sono spesso fornite in modo a-scientifico, demagogico e sensazionalistico?
I nostri vecchi avevano un rapporto molto più familiare con l'acqua e l'ambiente, più conviviale, traendo direttamente fonti vitali. Un bracconiere aveva più conoscenze di ordine pratico, se vogliamo, di certi laureati d'oggigiorno. Si temeva l'ambiente e lo si rispettava per questo e come risorsa. L'avvento tecnologico ha comportato il dominio dell'uomo sulla natura, ma anche la piena responsabilità di questa conduzione, di cui non si è ancora presa adeguata coscienza. Il sensazionale, anche se di bassissimo spessore, attira l'audience. Il messaggio scientifico è impegnativo, di difficile rappresentazione e necessita di una diffusa base culturale per la comprensione. In tempi grassi dilaga il futile, il superfluo, in tempi magri sono ben altre le attenzioni primarie. Il modello di sviluppo e di costume ci ha peraltro allontanato da una Natura, prima avvelenata e poi interpretata come un nemico, un pericolo, portatrice di flagelli o simbolo di degrado, un facile capro-espiatorio su cui far convergere l'attenzione deviandola dai reali problemi.
Da ultimo, ti chiediamo una riflessione sullo sversamento di idrocarburi nel tuo Lambro avvenuto in febbraio. Quanto è cambiata la salute del fiume e delle sue sponde dopo il disastro?
I fattori biotici rispondono alla complessità dei fattori di degrado e il quadro diagnostico è sistematizzato su livelli elevati di compromissione, prima e dopo l’evento. La componente cronica di contaminazione supera quella acuta, anche se di eccezionale portata come nella fattispecie. Credo che le aree più provate siano quelle lentiche o di sedimentazione, con tempi di recupero piuttosto lunghi. I tratti dinamici hanno sopportato di peggio. Non ho peraltro seguito direttamente il caso per alcune considerazioni.
Il Lambro a sud di Monza è per noi un Lambro morto, sebbene la realtà non sia sempre così radicale e l'eccezionale capacità biogena di queste acque si manifesta anche nell’area metropolitana: merita attenzioni e interventi, ma la frequentazione è ovviamente poco invitante ed a rischio. In secondo luogo non amo rincorrere le manifestazioni patologiche eclatanti, specie quelle annunciate. Ne rilevo invece le dinamiche preconfezionate, puntualmente verificabili. Non mi chiedo in parole semplici perché muoiono i pesci in certi tratti di Lambro, ma piuttosto mi interessa come fanno a vivere, e qui si manifesta la vera sensazionalità delle strategie naturali.
In conclusione non capisco (in realtà lo capisco benissimo) perché si insiste in una visione settoriale e perdente del fiume (l'ottica esclusivamente idraulica) cercando un modello finora impattante di controllo matematico delle piene e non si converga invece in un modello matematico di salvaguardia del fiume come ecosistema, che ricomprende anche la sicurezza idraulica, ma soprattutto l'interezza della risorsa. Non dobbiamo inventarci un fiume nuovo artificiale, ma creare una barriera fisica e culturale intorno al degrado: la tecnologia , se proprio, a supporto e non a condizionamento della risorsa. Quell'opificio o deposito, emblema di certo peso industriale, non aveva esigenza o motivazione alcuna, di facile commistione con le acque del Lambro. Se fabbrichiamo un cavallo di Troia, aspettiamoci le conseguenze. Andiamo a realizzare collettori, depuratori e scolmatori che al primo acquazzone spalancano porte perverse al fiume. Cosa vogliamo attenderci? Un'acqua balneabile? Tra migliaia d’industrie e milioni di persone? Ecco perché si esalta un'esondazione da quattro soldi per nascondere le vere mancanze e magari per fare di questo l’ennesimo business improduttivo e a carico della collettività. Sperare in quanto di positivo è già stato fatto non costa nulla, ma conduce a poco e garantisce nulla. Il risanamento di un fiume a questo punto ( e non per colpa del fiume ) costa e, senza ingenerare un pessimismo già diffuso, deve avvalersi solo di gestori cogenti e affidabili sotto ogni rigore. Qualcosa si può ancora salvare, se alle buone intenzioni seguiranno buoni progetti, non con una correzione, ma con un'inversione di rotta, diversamente tutto procederà in una sorta di aut-aut, con verticalizzazione dei fenomeni come risposta a fattori indotti dagli eccessi antropici.
Per la pubblicazione di questa intervista su siti o testate, si prega di avvisare info@domanunch.org o lucianoerba@libero.it
23:48 Scritto da: piusaronno in Ambiente | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: domà, nunch, esondazione, fiumi, responsabilità, umane | OKNOtizie |
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09/08/2010
Pecunia non olet
Si sa, i giovani sono sempre critici verso le scelte dei genitori.
Anche l'imperatore romano Tito, da ragazzo lo era verso suo padre Vespasiano.
Si dice che il giovane non approvasse la tassa imposta dal padre sul servizio igienico pubblico e che un giorno, per provocarlo, lanciasse delle monete dentro ...una latrina pubblica e pare che Vespasiano, raccogliendole, dicesse: "pecunia non olet" (il denaro non puzza).
Quanto vorremmo oggi che il nostro ministro della cultura, l'on. Sandro Bondi, la pensasse come Vespasiano!
Vorremmo che i nostri beni artistici ed archeologici fossero tutelati dal decadimento dovuto all'erosione del tempo, fossero salvaguardati dai vandali, fossero liberati dalla sporcizia che vi si accumula e dalla vegetazione che vi cresce attorno incolta, vorremmo che fossero valorizzati per ciò che rappresentano e valgono per la nostra cultura storica, vorremmo che fossero protetti dall'incuria di chi li gestisce e vorremmo promuoverli al mondo ma, soprattutto, vorremmo goderne appieno noi stessi.
Oltre venti anni fa andai a visitare la bellissima Saepinum-Altilia, una città romana ancora intatta in provincia di Campobasso, un sogno per gli amanti dell'archeologia.
Mi sorprese che non facessero pagare il biglietto d'ingresso e mi chiesi come potessero mantenere (infatti c'erano molte erbacce) quel sito. Recentemente ho saputo che là l'ingresso ai visitatori è ancora gratuito ma che la città è molto più trasandata di quando vi andai io.
Anche il Museo delle Navi Romane di Fiumicino è gratuito e, forse, è per questo che spesso è chiuso, nessuno va ad aprirlo. E cosa dire della necropoli di Porto? dove chi vuole entra senza controllo ed esce con piccoli reperti nelle tasche? Per non parlare poi degli scavi di Ostia Antica - scusate se metto il dito su queste piaghe qui ma vi abito vicino - dove, passando dalla strada che dalla Via del Mare porta a Via dell'Aeroporto, si possono osservare degli archeologi britannici che scavano, lavorano, sudano e ogni tanto esultano pure, mentre si dedicano ai lavori di restauro di Porta Romana, cui si dedicano con propri investimenti economici e meritati onori, non potendosene fare carico la soprintendenza archeologica.
Certo, non dico di fare pagare prezzi stratosferici per visitare Sepino o la Necropoli di Porto, basterebbe l'equivalente del costo di un biglietto di cinema o di una pizza da asporto.
Ma l'onorevole Ministro Bondi forse conosce già le preferenze di massa degli italiani: meglio lasciare la mancia alla custode del Vespasiano, pardon, della toilette del centro commerciale piuttosto che investire in biglietto di museo!!
Monica Palozzi
(nella foto: il Foro di Altilia)
22:28 Scritto da: piusaronno in Attualità | Link permanente | Commenti (2) | Segnala
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05/08/2010
EMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA: presenza imposta in tv
Dante esiliato da Firenze, Napoleone dalla Francia, Umberto II di Savoia dall’Italia.
Ecco alcuni nomi noti dei tanti uomini esiliati dalla propria patria nel corso della storia per le più diverse cause ma voglio aggiungerne uno in particolare, un nome di un uomo esiliato ingiustamente e che fece l’impossibile per dimostrare la propria innocenza, Rodrigo Dìaz de Bivar, al punto da conquistarsi il nomignolo di Campeador, l’eroe del campo.
Certo, altri tempi, altri valori, quelli dell’XI secolo!! Ma Dante? Nel XIII secolo durante l’esilio egli scrisse la Divina Commedia. E Napoleone nel XIX secolo cosa fece per l’Isola D’Elba? Semplicemente la riorganizzò urbanisticamente e nei servizi, nell’agricoltura e nell’economia.
Ma giungiamo ad oggi: Umberto II, - che io personalmente ebbi modo di conoscere da bambina con la mia famiglia nel 1970 in un ristorante di Cascais in Portogallo dove conduceva un doratissimo esilio - cosa ha fatto per riabilitare la propria immagine? Nulla.
E il figlio Vittorio Emanuele (...”IV”)? Beh, lui, oltre ad essere stato coinvolto nel traffico internazionale di armi verso il medioriente, aver sparato due colpi di carabina contro un ragazzo uccidendolo ed essere coinvolto nello sfruttamento della prostituzione nei casinò, ha generato un figlio molto ma molto dotato nel ballo, il principino Emanuele Filiberto.
La mia domanda di oggi è la seguente: quali doti ne intravede la RAI che a noi, poveri ottenebrati, sfuggono? Oppure c’è una recondita ragione economico-politica?
Monica Palozzi
11:55 Scritto da: piusaronno in Comunicazione | Link permanente | Commenti (3) | Segnala
| Tag: televisione, emanuele, filiberto, savoia | OKNOtizie |
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03/08/2010
Vi siete mai soffermati sul potere del fenomeno pubblicità?
Vi siete mai soffermati sul potere del fenomeno pubblicità? Per comprenderne l’importanza, vi suggeriamo di rispondere alla seguente domanda: perché si definisce “soap opera” un genere televisivo? Fate una piccola ricerca...
La pubblicità è un complesso di azioni semiotiche, ovvero della comunicazione, legate perlopiù al... processo economico, tuttavia essa può indirizzarsi alla cultura, alla politica ed alla promozione di altri settori propagandabili.
La pubblicità commerciale nasce come investimento comunicativo legato al marketing e la comunicazione che da essa scaturisce deve rivolgersi ad un pubblico di potenziali clienti (target) attraverso una funzione, detta conativa, ovvero di pressione persuasiva su di essi esercitata. Tale pressione sarà tanto maggiore quanto più il carattere intermediale, definito claim, sarà pertinente al mezzo di diffusione (stampa, radio, tv, manifesti, ecc.) e ciò dipenderà da vari fattori: capacità creativa dell’agenzia pubblicitaria, ricerca psicologica, sondaggi di mercato.
Ad un esame storico si possono delineare più fasi del fenomeno della comunicazione pubblicitaria: la prima è di fine ottocento inizi novecento, caratterizzata dalle inserzioni sulla stampa e su manifesti dal carattere decò di sapore pittorico, divenuta arredo urbano delle metropoli occidentali; la seconda, all’americana e definita advertising, ricalca il format, ovvero il testo e l’immagine voluti dall’azienda; la terza può essere considerata la pubblicità modernista del dopoguerra europeo che si contrappne alle propagande nazifascista e sovietica e che recupera elementi delle avanguardie artistiche, mentre nello stesso periodo negli Stati Uniti si diffondono sulla cultura iconografica di massa della società dei consumi i temi della pop-art. Esiste poi un post-modernismo in cui i pubblicitari recuperano l’aspetto visivo-seduttivo su quello razionale-informativo, modellatosi sulla promozione dei divi di Hollywood e quindi applicabile alla promozione attraverso la televisione, la produzione di video e la realizzazione di eventi.
Anima del commercio, la pubblicità può pertanto definirsi funzione ideologica del sistema capitalistico, in grado di attuare mutazioni sociali: ridefinizione paesaggistica dei luoghi di passaggio (stazioni, aeroporti), da ambiente architettonico ad ambiente pittorico; trasformazione della funzione dei mezzi di comunicazione, da media di opere a media di flusso; diffusione a livello globale prodotti dello standard economico e consumistico americano (es. Coca-Cola); dipendenza della programmazione dei mass-media privati dalla distribuzione pubblicitaria.
Divenuta autonoma fonte di potere, la pubblicità pervade ormai nel suo trascinante e poliedrico linguaggio la società tutta.
Monica Palozzi
17:55 Scritto da: piusaronno in Comunicazione | Link permanente | Commenti (2) | Segnala
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02/08/2010
L’utilità delle sponsorizzazioni.
A TUTI GLI IMPRENDITORI
L’utilità delle sponsorizzazioni.
Gaio Clinio Mecenate, vissuto nel primo secolo dell’era cristiana, come tutti forse sanno era, oltre che un ricchissimo mercante di schiavi, un sostenitore degli artisti e delle loro opere e dal suo nome derivarono i termini di mecenate e mecenatismo.
Se Gaio Clinio Mecenate operò per promuovere una classe di poeti ed artisti che sostenessero e magnificassero con le loro opere la politica di Augusto (esempio su tutti l’Eneide di Virgilio) e la società romana ed i mecenati rinascimentali attuarono un’analoga azione, come quella che fecero i Medici, (Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico) a Firenze, dove radunarono artisti, filosofi umanisti e letterati per donare al comune quella magnificenza che gli consentì poi di primeggiare sugli altri, perché coloro che oggi nella nostra società detengono quelle possibilità finanziarie per un atto di minimo di mecenatismo per la promozione della cultura e del progresso civile e sociale della propria area di azione non dovrebbero emularli?
Monica Palozzi
10:19 Scritto da: piusaronno in Economia | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
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